La sala mi dà inquietudine, bianca, le luci accese anche se i finestroni inondano del chiaro esterno, naturale. Soprattutto mi inquietano le persone che sono lí, al conegno sulla crescita collettiva (?), coi loro saluti a labbra rigide, i loro parlar sottovoce di impegni, di incontri riservati. Si sentono persone da riunioni ristrette per decisioni straordinarie, invece non scelgono neppure i loro abiti.
Potreste chiedermi perché sono lí, visto il mio
disappunto, domanda lecita alla quale rispondo: c'è
anche Monica. Monica è un'impiegatuccia senza cultura,
la borsa dai cinesi onusta di riviste becere e della
bottiglietta d'acqua perché le impiegate devono bere, in
ufficio, sul treno, al parco. Mi ha invitato a questo
incontro col tono stupido di chi agglutina gente per ogni
cosa; se qualche collega propone l'aperitivo lei aziona la
chat verdolina e chiama persone, vai al bar per il caffè o
ogni passante che incontri subisce la convocazione per
il macchiato caldo. Sí, Monica è sciocca; però mi piace.
Il convegno è impostato a interventi, gli invitati parlano a
turno, e c'è un moderatore, inutilmente ispirato nel
lessico e nei gesti.
Parla un giovane bancario con tintarella artificiale e
con quei terribili pantaloni che finiscono sopra la
caviglia.
Forse ho capito; la gente racconta i suoi problemi e
spera nel sollievo per sé e per gli altri. I sorrisi, gli
applausi, gli apprezzamenti di Monica appaiono
inzaccherati di falso, chi ulula di gioia sta compulsando
messaggi al cellulare.
Parla una dirigente, parla uno in giacca sportiva, gli
applausi ritmano un rumore malsano. Mi alzo, urlo una
parolaccia. Cammino verso la porta evitando imbarazzi,
" quello chi l'ha invitato?" e gli sguardi di Monica, esco.
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