Il palazzo, di suo, infastidisce. Si trova in periferia, cemento a vista, un insulto al quartiere, perché si affastella su edifici da impiegati, su case rurali con l'albero a dare dignità e spruzzi di bel verde. Il caseggiato troneggia a modificare la percezione dello spazio, visto dalla collinetta si pone nella sua irregolarità formale.
E anche la valenza sociale dell'edificio stona; tirato su per accogliere ceto medio e operai benestanti per via sindacale, ospita figure vomitate dal centro città. Studentelli, coppie impoverite dalle automobili usate come segno di benessere, famiglie di immigrati.
La spazzatura circonda il palazzo, intasa il giardinetto che ne premette stupidamente l'ingresso, i rifiuti scendono dalle finestre, da mani grevi di incuria. E sboccano dai contenitori che, in nome della civile differenziata, fanno schifo per la loro struttura e perché la gente lascia sacchetti a caso, fuori, appoggiati.
Invito a casa la mia fidanzata; benestante, di sinistra ricca e ipocrita, e sono timoroso, il mio quartiere, il mio palazzo sono sudici. Scendiamo dal bus, lei apre una lattina di birra, beve, digerisce in modo volgare, getta la lattina sul marciapiede. Il palazzo mi sta davanti, lo vedo bello.
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