la cotta

 Il temperino mi disprezza, per quanto gli ho chiesto di mitigarmi la tensione a suon di matite da rodere; l'attesa della campanella mi brucia dentro. Ho trovato il coraggio di parlare a Roberto, e ho deciso di farlo all'uscita, nel piazzale della scuola.

  Ho superato la timidezza a forza di sorrisi neppure affiorati al viso, di messaggi scritti e non inviati, a quel numero di cellulare rubato alla rubrica della compagna di banco... (Dite che non sono timida? E perché? Ah, sí, vedete la minigonna, sentite la risata sicura, mi valutate per gli occhi che butto nei vostri occhi; ma in realtà sono timida, paurosa che Roby mi consideri una sciocca).

  Sono nello spiazzo e aspetto, la sua classe è in ritatdo, quello di matematica interroga oltre la campana. Tremo, voglio scappare, mi impongo di stare lí, guardo un libro, ma sono felice, vitale, sento la gioia rinfrescarmi il volto.

  &Chiara, vieni!& La voce di mia madre assume consistenza di acqua gelida gettate in faccia. È venuta a scuola, col suo lurido suv, la vedo discutere con altri genitori, si raccontano che con l'auto & mangiano con noi&, la tessera dell'autobus umiliata, le mie emozioni anche. Ecco Roberto, corre alla fermata del bus. Piango seduta sul sedile del suv, l'autoradio vomita canzoni, passiamo davanti alla fermata, guardo, lui mi nota, sorride.

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